Archivio per 515

515 – Ciao, Darling.

Posted in Love/Hate with tags , on 10 gennaio 2016 by Diecimilagiorni

Dannazione sono in ritardo!

O forse in anticipo, boh.

Ce lo rimpallavamo spesso, questo “boh“, alla fine di una discussione in cui ci eravamo capiti senza fare una grinza. Perché era stranamente troppo facile, come mettere in mano una chitarra a Robert Smith e dirgli “Tié, fai buona musica“. Chiaro che poi le litigate erano furibonde: la complessità, l’interiorità, l’esigenza di un amore che non fuggisse dietro ai succhi della rabbia, della noia e del sesso faceva scoccare scintille che divampavano in incendi. Allo spegnersi dei quali, l’acqua mi colava sulla dalla fronte, il respiro veloce, la voce “è sempre un piacere duellare con te“.

Un viaggio insieme, da un lato. Io che ti porto a visitare la mia terra e la mia famiglia, Papà che ti chiama col nome sbagliato e Fra che ti accompagna per la città vecchia, il mare, i cicchetti, gli hotel, le brandine, i cori. E dall’altro “ah…Sals! che errore essere restati!

Ti ho portato i fiori per la promozione e tu mi hai fatto scoprire le novità via Facebook, e chissà cosa abbiamo combinato nelle settimane ballerine. Ci siam detti tutto, ma non proprio tutto, abbiamo chiuso per telefono e di persona, eppure ancora pensiamo che la direzione in cui guardiamo è quella in cui ci siamo salutati. Adesso ci scambiamo due frasi l’anno, ma con grande cura. E si, sono in ritardo nell’includerti in questo tag; e ancora scusami per quel post. Ero un giovane e stupido anno passante.

Non mi pento di tutto quello che ho pensato, sognato, raccontato, scritto su queste pagine virtuali tanto da fartene avere un breve monopolio, di averti dedicato un anno intero. Mi pento di averti pensata moglie troppo presto, (e mi dolgo) di non aver capito i tuoi ritmi di lavoro, e anche, al diavolo, di aver giocato poco con le tue tette.

Avevi ragione, siamo stati come la carta e il gas, come la penna e la scintilla. Ma una cosa è certa. Farò sempre il tifo per te. E la prima persona che ho chiamato Darling, resterai sempre tu.

515 – Un giorno qualunque, mi ricorderai.

Posted in Love/Hate with tags , on 18 giugno 2015 by Diecimilagiorni

Questa volta non riesco a scontornare i tratti della stagione di cui vi racconto, o a rammentare quale il giorno, quali i numeri che intitolavano il calendario. Chiuso in un metro per un metro, circondato da orribili pareti rosa, e tanta brutta umanità transitante quella porta. Ed una interminabile serie di ore per pensare, in alternanza a quelle trascorse rapide fronteggiando un’orda, cedendo ai nervi, preparandomi al passaggio nelle pieghe della vita. Ore trascorse ad interpretare il significato di un cupo sogno di gloria.

Non ricordo chi tu fossi a quel tempo, e di questo non posso essere soddisfatto. Ti vidi entrare da quel portone sempre aperto, salire le scale, oltrepassare lo stipite in legno.

Forse sapevo che eri da quelle parti, forse ti avevo implorato di passare a trovarmi per alleggerire la corsa di quella maledetta lancetta. Abitavi ancora li vicino? Era proprio un giorno da dimenticare.

“Scusami, arrivo tra poco. There’s a reason for my delay”, mi avevi scritto poco prima. Ed eccoti davanti a me, sorridente e col respiro un po’ affannato, vestita di grigio e di nero. Con un incarto in mano: “Ricordi che ti avevo parlato di quel concorso letterario? Guarda un po’…”. C’era, copiato pazientemente a mano, l’intero regolamento su cento fogli un di bloc-notes tascabile. Non avevo mai letto qualcosa scritto da te, mentre spesso avevi detto di amare le mie storie, e avrei forse potuto farle volare verso nuovi mondi. Un po’ confuso, sorrisi. Dal fondo del pacchetto estraesti un panino nella stagnola. Prosciutto e formaggio: un lusso da giorno di festa, nel mio lavoro. La confusione aumentò, ero sorpreso e felice, grato. Ti presi il viso tra le mani e toccai le tue labbra con le mie; eri un po’ sudata.  Ma questo, anziché ricordare i nostri più intimi abbracci, i pomeriggi, sotto le coperte, il tuo cuore che batteva forte, riportò alla mente un bacio simile, con le mie mani nelle tue, sotto le arcate del Colosseo.

Ci salutammo così, forse con un po’ di imbarazzo. Forse non avrei sopportato un cliente molesto ad interrompere quel momento così diverso dai canoni della nostra storia. Così meravigliosamente normale, quando si ama. Ordinario, normale: quanto ho bramato queste parole, e quanto ho odiato la loro assenza. Ma a ben vedere, ciò a cui anelo veramente coincide con i miei sbagli nel momento in cui potrei ottenerlo. Ti lasciai andare, quella sera.

Ed oggi, lontano, in un luogo diverso e sempre uguale, ancora spero che il giorno non mi faccia troppo male, pensando che presto, ripasserai da quella porta.

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Amore che vieni, amore che vai.

515 – S.R.V.

Posted in Love/Hate with tags , on 17 dicembre 2013 by Diecimilagiorni

Erano passati due mesi dal mio approdo nella Capitale. Il break natalizio era vicino.

Guardando indietro a quella sfavillante estate, dovetti scavare nella memoria. Non diedi gran peso a quell’incontro, ahimè primo di una sciocca sequela di errori. Avevamo collaborato alle Sessions senza incontrarci, incidendo la sua voce sulle nostre chitarre: quando la incrociai davanti il bar di Rocco, mi complimentai per la bellezza del pezzo e la delicatezza del suo canto, lei si schernì definendolo una lagna. Le raccontai che come lei ero mancino, mostrandole l’orologio sulla destra, e poco altro prima di salutarla frettolosamente. “Bel tipo“, mi dissi. “Ma vedi sto ‘sto stronzo“, ammise tempo dopo di aver pensato. Mi chiese il numero di telefono via MySpace con un innocente “così almeno ce lo abbiamo”.

Ed eccoci a dicembre. Non ricordo su quale argomento stavamo scambiandoci SMS quel giorno. Ciò che non dimenticherò mai furono quelle parole, quelle virgole, scelte con una cura che ancora oggi prendo ad esempio quando lamento della difficoltà tra uomo e donna di comprendersi.

                Si capisce così tanto che così, a pelle, ho una voglia matta di fare l’amore con te?

L’ordine delle mie priorità si ribaltò per sempre. Da quel giorno in poi non aspettai altro che incontrarla, con nessun altro pensiero che “è il modo di agire che avvicina o allontana due corpi“. Il luogo del rendez-vous fu il dipartimento di storia, poco prima di Capodanno. Era una persona di indescrivibile fascino. Indossava una giacchetta di velluto con dietro incise le iniziali di un grande chitarrista, occhiali a goccia, pantaloni a zampa. Una Janis Joplin del mondo moderno, con la pelle bianca e gli occhioni scuri, la figura minuta e capelli rossi i cui boccoli le incorniciavano il viso al modo di ghirlande. Non solo. Dirigendoci verso casa sua, mi confermai quello che per telefono potevo solo supporre: pur circonfusa da un’aura di dolcezza, sprigionava una intensità devastante, quando ragionava sul mondo, sulla filosofia. E sulla musica: aveva un modo di viverla tale da equipararla all’Amore stesso, alla sua forma più nobile. E, Dio, riversava ogni goccia di questo oceano nell’Amore fisico, disintegrando e ricostruendo l’Anima intera nel suo momento di suprema estasi. Il quale, messa da parte qualunque suggestione o vanità, percepivo. Divina.

Furono delle feste infuocate. Potevamo fumare nel letto per ore, ascoltare i Rainbow altrettanto a lungo, stringerci i polsi, e contare.

Se continui così facciamo tre a uno…

E allora..? Tutte le volte che vuoi…

How strange, innocence. Non ci curavamo delle centinaia di chilometri che ci avrebbero nuovamente separato di li a poco. Trascorremmo una splendida vigilia dell’anno nuovo nella fredda casa di Francesco, facemmo l’amore nella stanza che diede alla luce la canzone responsabile del nostro incontro. Mi disse di amarmi, non ne ho mai dubitato. Ma titubavo nel replicare allo stesso modo.

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515 – No Surprises

Posted in Love/Hate, Musiclike with tags , , on 11 dicembre 2013 by Diecimilagiorni

Poteva essere una stagione qualunque,  in quella casa. Ricordo sempre luce. Non ho mai escluso che possedesse una propria anima, come anni dopo avrei scritto tra le ante della mia armadio. Quel giorno di un mese imprecisato però, la naturale serenità delle stanze era dolcemente moltiplicata dalla sua presenza: non avevamo molta voglia di studiare, come avremmo dovuto, e trascorrevamo il pomeriggio tra giochi di sguardi e di caviglie.  Amavo quella ragazza di un amore giovanile, come altrimenti non sapevo fare, quel sentimento che colonizza i sogni, abbatte le divergenze, ti rende un uomo migliore. Eravamo entrambi consapevoli di provenire da mondi diversi: io con i miei capelli lunghi, la mia allegra sciatteria, le notti di studio e le feste alcoliche. Lei con la sua fede, il coprifuoco, la discrezione; ed i suoi occhi verdi, nei quali avevo sempre letto, prode cavaliere di un tempo che fu, la parola “proteggimi“.  Capii perchè scelse me. Non c’era ragazzo tra i luoghi dell’università che non fosse attratto da lei, ma nella inesperta goffaggine propria della gioventù, nessuno riusciva a fare breccia nell’eclissi che lei poneva tra sé ed il mondo.  Per uno strano gioco del caso tuttavia, il nostro differire la incuriosiva e la rassicurava. Mi disse di non conoscere nessuno così sfrontato da organizzare una colletta tra i corridoi per comprare un pacco di preservativi, o di farsi scrivere sulle palpebre “Love” e “You” piazzandosi al primo banco e tenendo per tutta la lezione gli occhi chiusi davanti alla giovane e carina professoressa di inglese. Ma io non ero diverso dai miei coetanei, l’allontanamento da casa mi aveva solo reso più assetato di vita, più padrone delle mie sorti, eppure non più abile a padroneggiare un tesoro di tale valore. Le cose preziose non sono fatte per essere maneggiate, e mi limitavo a starle accanto senza pretendere nulla. Qualcuno mi invidiava per questo forse, considerandomi un privilegiato, baciato dalla sorte. Ma averla così vicino ogni giorno e lasciarla salire sull’autobus senza seguirla, senza averle sfiorato la mano, rievocava oscure punizioni del mondo antico e di quello moderno. Patire la fame e l’arsura osservando in catene l’acqua di un ruscello correre via ed i rami di un melo alzarsi verso il cielo, oltre qualunque portata umana. Di tutto questo ragionavo mentre sentii la porta schiudersi: lei era sdraiata sul mio letto prona, incrociando i polpacci che terminavano con delle deliziose scarpe con piccoli tacchi, sfogliando un manuale. Io guardavo l’orizzonte dalla finestra, mi girai, sorrisi.

“Fu, ascolta non è che…

…Ciao…”

Gli avevo parlato a lungo di lei. Sorrise, chiese se non ci dispiaceva metter su un po’ di musica. E la musica arrivò dalla voce di un uomo d’oltremare che così cantava:

Such a pretty house and such a pretty garden

No alarms and no surprises,

No alarms and no surprises,

Please…

“Certo che sei proprio come ti immaginavo”, si dissero. Ed io capii quanto amavo sorprendere, avvicinando i loro fili, gli abitanti del mio cuore. E quanto la musica potesse imprimere forma, conferire vita eterna ad un solo attimo.

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515 – Incipit

Posted in Love/Hate with tags , , on 23 novembre 2013 by Diecimilagiorni

Ricordo bene quel colpo di campanello.

Eravamo in procinto di traslocare, e come tutte le mansioni che si svolgevano in casa, mi annoiavano fino a deprimermi. Sognavo solo di andare via. Al portone mi attendevano Vincenzo e la sua famiglia. Eravamo stati compagni di banco per cinque lunghi anni al liceo. Avevamo scoperto insieme i film cult di quella decade e fumato le prime canne. Adesso saremmo arrivati a Lecce. Lui aveva un parente che lo ospitava, io mi sarei dovuto cercare una sistemazione. Sarei stato ospite  per un po’, ma a me importava solo lasciare la città e dimostrare al mondo quanto credevo di saper fare.

Avevo trovato lavoro in un negozio di scarpe quell’estate: come spesso accade da giovanissimi, a darmi il biglietto di ingresso fu un amico, il batterista della mia band. I Wicked Whispers, ci chiamavamo. L’amore per la musica era già profondo e agrodolce, già si contavano le canzoni legate a momenti esaltanti come quelle proibite, per un ideale tradito, una truffa subita, un amore finito male: con i miei primi stipendi, ricevuti in nero con una piccola lacrima d’emozione, potetti di certo pagare la prima iscrizione all’università, ma lasciai da parte qualcosa. E dopo una delle interminabili giornate in reparto, presi il treno nel cuore della notte per presentarmi il giorno dopo, con la testa in fiamme, ad un concerto dei Deep Purple. Ravenna, la luna per un diciannovenne del profondo sud. Rientrai l’indomani all’alba, e dopo una sosta a casa per lavarmi, ripresi servizio tra i rimproveri paterni. E per la prima volta, definii cosa per me erano il bene ed il male. Per la prima volta vivo.

Non avrei avuto difficoltà economiche a trovare una stanza, e mi lanciai per le strade e per i palazzi dell’università, staccando talloncini con numeri di telefono, come ancora si usa fare, bussando a porte di amici e conoscenti già addentrati nell’avventura della prosecuzione degli studi. Mai dimenticherò, tagliando da un dipartimento all’altro attraverso strette vie del centro, la meraviglia di Piazza Duomo, sbucata ai miei occhi come la tana del Bianconiglio. Mi trasmise un senso di appartenenza che ancora oggi non m’abbandona. Mi squillò il cellulare.

– “Fu’, sono Vincenzo, senti…”

– “Dimmi, abbiamo fatto scadere di nuovo il latte?”

– “None, c’è un mio amico che cerca un posto in doppia, ti va di conoscerlo?”

– “Certo, chi è?”

– “Nazareno, andava nella nostra stessa sezione, un anno avanti…”

– “Mai sentito nominare…”

– “Ma come, te l’avrò presentato!”

– “E quanto avevamo fumato?”

– “Mena cretino, sto in giro con lui, ti raggiungiamo”

Aveva carnagione olivastra, scuro di occhi e di capelli, che lunghi ed arruffati formavano quasi dei dreadlock spontanei. Studiava ingegneria da un anno e scriveva poesie da molti di più. Gli strinsi la mano davanti l’Ateneo.  Ed è così che l’avventura è cominciata.

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