Pensa alla splendida persona che potresti essere

Posted in Love/Hate on 31 ottobre 2015 by Diecimilagiorni

Perché il compito dei rovesci piovaschi della vita, delle sue trappole e slavine, è quello di lasciarci scegliere. Di aprirci il mazzo delle carte delle possibili strade da percorrere, le personalità da indossare sul palcoscenico, le identità da assumere (co.co.pro., però).

Sto facendo da troppo tempo la scelta sbagliata, e come argomentavo anni fa, la creazione di un precedente, l’apparizione di una cattiva azione nello scenario del possibile devia man mano il mio essere verso strade che non mi appartengono. Finché non diventa la normalità. Sono stritolato a tenaglia da una oscurità a cui non ho saputo far fronte, reagendo come sempre raddoppiando l’energia e combattendo la corrente. Mi sono detto, e forse, mea culpa, non ho scritto, di come la libertà di quel personaggio andasse ridotta. Quell’antieroe (la modestia non mi ha abbandonato del tutto) cresciuto con i miti greci al posto delle favole, con quei Re-soldati sfidanti Dei che potevano essere feriti, ma non uccisi. Quel ragazzo che creava significato dal mondo intorno a sé, arricchendolo e rimandandolo in circolo. Quella piccola luce.

Non mi piace l’uomo del presente. Prigioniero di schemi mentali che una volta tenevo in ceppi. Al contrario, ho lasciato troppo potere ai lati peggiori di me, e non sono più felice. Ho pensato troppo a vendicarmi delle ferite subite, e chi ne patisce? Nessuno che mi abbia fatto del male. E dovrei cercare una persona che mi stia accanto?

O è una gabbia anche questa?

Pensa alla splendida persona che potresti essere

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Impressioni di Settembre XV

Posted in Morbs! with tags on 9 ottobre 2015 by Diecimilagiorni

Resta umano.

Proteggi le alcove, difendi gli anfratti e le pieghe del tuo essere ancora in grado di vibrare. Ancora in grado, malgrado le scosse, di nasconderti. Perché troppo spesso percorri a vuoto lo stesso anello, troppo stretto leghi alla gola quel cappio, troppo complesso scrivi lo spartito dei tuoi neri. Molto è andato perso, è vero. Come in quella favola, il nulla ha divorato quella capacità di percepire che da sempre è stata il tuo quartier generale, giungendo ad intaccarne le fondamenta dei legami spirituali, le travi portanti dei momenti felici, le gabbie di Faraday. Che poi erano gli abbracci.

Non puoi ridurre l’esistenza ai dolori ed alle rinunce. Agli schemi ed ai malsani sogni di vendetta. Dove hai dimenticato la ricerca di significato, la condivisione, il teorema del bene applicabile a te stesso ed agli abitanti del tuo cuore? Ecco la sfida dell’età adulta.

Ora sono passati quindici anni dal freddo serale di quella panchina, e troppo poco ho scritto dall’ultimo compleanno a questo. Ma non mi arrendo.

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515 – Un giorno qualunque, mi ricorderai.

Posted in Love/Hate with tags , on 18 giugno 2015 by Diecimilagiorni

Questa volta non riesco a scontornare i tratti della stagione di cui vi racconto, o a rammentare quale il giorno, quali i numeri che intitolavano il calendario. Chiuso in un metro per un metro, circondato da orribili pareti rosa, e tanta brutta umanità transitante quella porta. Ed una interminabile serie di ore per pensare, in alternanza a quelle trascorse rapide fronteggiando un’orda, cedendo ai nervi, preparandomi al passaggio nelle pieghe della vita. Ore trascorse ad interpretare il significato di un cupo sogno di gloria.

Non ricordo chi tu fossi a quel tempo, e di questo non posso essere soddisfatto. Ti vidi entrare da quel portone sempre aperto, salire le scale, oltrepassare lo stipite in legno.

Forse sapevo che eri da quelle parti, forse ti avevo implorato di passare a trovarmi per alleggerire la corsa di quella maledetta lancetta. Abitavi ancora li vicino? Era proprio un giorno da dimenticare.

“Scusami, arrivo tra poco. There’s a reason for my delay”, mi avevi scritto poco prima. Ed eccoti davanti a me, sorridente e col respiro un po’ affannato, vestita di grigio e di nero. Con un incarto in mano: “Ricordi che ti avevo parlato di quel concorso letterario? Guarda un po’…”. C’era, copiato pazientemente a mano, l’intero regolamento su cento fogli un di bloc-notes tascabile. Non avevo mai letto qualcosa scritto da te, mentre spesso avevi detto di amare le mie storie, e avrei forse potuto farle volare verso nuovi mondi. Un po’ confuso, sorrisi. Dal fondo del pacchetto estraesti un panino nella stagnola. Prosciutto e formaggio: un lusso da giorno di festa, nel mio lavoro. La confusione aumentò, ero sorpreso e felice, grato. Ti presi il viso tra le mani e toccai le tue labbra con le mie; eri un po’ sudata.  Ma questo, anziché ricordare i nostri più intimi abbracci, i pomeriggi, sotto le coperte, il tuo cuore che batteva forte, riportò alla mente un bacio simile, con le mie mani nelle tue, sotto le arcate del Colosseo.

Ci salutammo così, forse con un po’ di imbarazzo. Forse non avrei sopportato un cliente molesto ad interrompere quel momento così diverso dai canoni della nostra storia. Così meravigliosamente normale, quando si ama. Ordinario, normale: quanto ho bramato queste parole, e quanto ho odiato la loro assenza. Ma a ben vedere, ciò a cui anelo veramente coincide con i miei sbagli nel momento in cui potrei ottenerlo. Ti lasciai andare, quella sera.

Ed oggi, lontano, in un luogo diverso e sempre uguale, ancora spero che il giorno non mi faccia troppo male, pensando che presto, ripasserai da quella porta.

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Amore che vieni, amore che vai.

Da tempo pt. I

Posted in Morbs! on 21 marzo 2015 by Diecimilagiorni

Non ti guardavo in faccia da un po’. Quel po’ necessario a deglutire una amarezza resa stopposa dalla scarsa reazione. Ho accusato il colpo come Zola, questo lo sapevate. Ricordo ormai poco di quei colloqui distanti sei mesi l’uno dall’altro, tra cui la terribile realizzazione, l’istante del crollo. Guardate con attenzione un qualunque grattacielo andare giù: la nostra lingua è un cimitero di metafore morte.

I capelli brizzolati, forse una camicia con cravatta sui toni rosacei. Il consiglio quasi amichevole del collega, “non fare polemiche, non sai mai chi ti ritrovi davanti”, l’unico accesso di stizza “e allora cosa è andato storto?”. Hai creato una nomenclatura moderna di rimpianti e lezioni, di dei e demoni, spartito le acque tipo b.C. e A.D. (oggi la musica non c’entra). Manco tu fossi una delle mie solite muse. E anche su quello siamo fuori argomento. Non è una bocciatura, dicevate. È una condanna, ripetevo. E la punizione è stata esemplare, delle mie. Ci sono stati gli effetti collaterali, dovuti alla presuntuosa certezza che ci ero riuscito, la beffa che il giorno della svolta avrei goduto della pioggia, aprendo la braccia, per qualche secondo. Era il 5 luglio, e diluviava.

No, non ero all’altezza. Pensavo troppo ed agivo poco. L’azienda aveva bisogno di capiservizio, ed io ero solo un buon lavoratore. Sei così Fulvio, e non puoi cambiare. Magari altrove serviranno dei portatori d’acqua.

Ma non ho sofferto invano. No Armando, non hai distrutto la mia esistenza per niente. Sono rimasto per terra, riverso nel mio sangue, ma non dimentico quei venerdì in cui volavo dalla Tiburtina a Castro Pretorio, quelle parole con cui intitolavo ogni giornata dell’anno. “Non può essere accaduto tutto invano”, e “Ci sta solo che da imparare qua”.  Ho imparato eccome. A capire il simpatico accento dei colleghi “Tu si nu gruoss’…però devi anche essere cchiù sfaccimm’ sul lavoro”. A scontrarmi e a cadere contro i miei limiti. A riempire di lacrime e calcestruzzo i vuoti.

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Liturgia pt. I

Posted in Musiclike with tags on 3 febbraio 2015 by Diecimilagiorni

Si arriva alla spicciolata. Se qualcuno tarda un po’ sticazzi, mica dobbiamo timbrare il cartellino. Lo spostamento d’aria tra il portone e l’ingresso, lo scalpiccio delle scale, vanno spesso a braccetto col tintinnare di una busta di birre. Sigaretta di benvenuto e siamo pronti.
[Sine vabbé, ogni tanto salta fuori pure la 100’s. Ma non ricordo una presa a male che è una]

L’ambiente fisico conta, lavori meglio quando le luci sono disposte lateralmente e le pareti a scacchi di lana di roccia; nei riquadri bianchi spuntano immagini, locandine e fotografie.

Madò, ti ricordi quella sera?

Com’è, am’ fatt’ u’ ruet’!

Certe volte ti rendi conto che sono passati davvero tanti anni. Sticazzi bis, ci saranno altre giornate storiche da trasformare in memorabilia, altre diapositive con cui continuare ad adornare la parete della vita.

Capisci subito quando va bene. Ti senti come avvolto, e più di una band, ti sembra di avere un sound. E nei momenti di maggiore ricettività la melodia ed il groove sembrano andare da soli,  puoi permetterti un po’ di quello che vedremo nella pt. II. Viene spontaneo a tutti, diversamente dai giorni con problemi tecnici, fretta o semplicemente quando i volumi non vanno.

Dunque, nei frangenti in cui lo scapocciamento ti lascia solo intuire i movimenti degli altri, la voce che mima, la chitarra che si inarca, il basso che spinge e la batta che smorfia, ti rendi conto che ti stai davvero divertendo. E che è valsa la pena sbroccare a lavoro, litigare con la donna, sgobbare a casa e pagare le bollette. Un’ora d’aria così, neanche un Re Galeotto.

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Carved In Stone – Impressioni di Settembre XIV

Posted in Love/Hate with tags , , on 30 novembre 2014 by Diecimilagiorni

Sono tornato a casa. Riaprendo questo diario, le poche pagine riempite sembrano davvero spaventose. È stato il primo confronto reale con il punto di rottura, con la sconfitta contro la sorte. Sono scivolato veramente in basso e forse, la vera prova fallita è stata non saper gestire il fallimento. Che forse era solo una battuta d’arresto. Sono tornato a casa, come già fu, con le valigie cariche. Più panni sporchi, purtroppo. Non so se sono libero, se mai accadrà,  from the shadows we have created for ourselves. Ma c’è dell’altro. Non immaginavo che cambiare campo potesse giovarmi  così tanto. Al di la delle soddisfazioni sul lavoro, degli amici di sempre e della mia musica, c’è la sensazione di muovere i pezzi rimasti preparando un nuovo attacco. Si, troppo sangue è stato versato, troppe azioni folli ho compiuto, a troppi colpi della sorte ho resistito per essere lo stesso uomo di prima. Devo solo saperlo gestire, non dimenticare l’umiltà, la virtù a tutto superna, e la sempre divina pazienza. Devo anche rimettere in ordine, di pari passo con la mia vita, la mia casa è la mia famiglia. È la prova ultima della gioventù, e per la prima affronto il futuro con un senso di speranza.

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Riconciliazione

Posted in Love/Hate with tags , , on 28 aprile 2014 by Diecimilagiorni

La terra è tonda. Quanto procedi, tanto prima torni al punto di partenza. A fare il punto della situazione, o meglio l’inventario dello zaino, sono piuttosto preparato. Il desiderio di fuga degli anni giovanili si è disciolto in tante, troppe stagioni di esilio, mutandosi lentamente in una nuova consapevolezza. Non sono finito a nutrirmi di carrube, ne a sperperare soldi con le prostitute. Mio fratello non s’adirerà con nostro padre perché ha sgozzato il vitello grasso, per festeggiare il mio ritorno. Ma ugualmente devo chiedere loro scusa. E così alla mia terra, che dalla capitale sembrava un’unica penisola di cielo, sangue ed oro: e il mio lavoro, quello degli ultimi e dei reietti, appare per un bizzarro gioco di prospettive una buona soluzione per tutti i protagonisti di questa storia. La giusta posizione per mandarne avanti la parte migliore. Me, la mia famiglia, la mia Puglia. 

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