Archive for the Morbs! Category

Bye Bye Bombay (in salsa letteraria)

Posted in Morbs! with tags , , on 26 agosto 2016 by Diecimilagiorni

Pensiero o azione, narrava Shakespeare mentre dirigeva Amleto armato di coltello nella tenda del Re. Vita e Sogno, scriveva Calderòn de la Barca in quella meravigliosa piéceRagione o sentimento, si chiedeva Esteban Trueba. Aveva già risolto il dilemma realismo-magia, tra gli strani poteri di Clara e l’amore clandestino di Pedro e Blanca.

Siete fuori strada, penso io nell’anno del Signore 2016. Ma procediamo a ritroso, e prego i miei affezionati lettori di non considerare il preambolo letterario.

Sono stati pomeriggi struggenti, nel disarmo di fine estate. Quando, vinto dalla malinconia, ammansivo il trasporto propagato dal tuo “Ciao“, imbrigliandolo nelle maglie della ragione, che con il fiatone raccoglieva brandelli di cuore saltellanti, festosi. Quando, ad una tua risposta che ritenevo insoddisfacente, mi schernivo perché non dovevo espormi in quel modo. Mi dovevo dare retta primaE se sembrava di aver trovato la formula magica per chiederti di vederci, il diradarsi dei tuoi si ha allentato l’intensità, l’emozione. Facendomi sentire un emerito idiota.

È che mi ricordi qualcosa. Non qualcuno: ho trovato deliziosi i tuoi lineamenti, lineare il sorriso, sorridenti gli occhi. Mi hai dato due-tre imbeccate in una serata e morivo dalla voglia di approfondire, quanto lontano e in profondità potesse spingersi la tua intelligenza. Sono stato un bel mucchio d’ore a fantasticare sui luoghi che avremmo visitato, le esperienze da condividere, di come mi sarei deciso a darmi una cazzo di mossa e risollevare le sorti della mia esistenza. Della quale hai allungato la durata di due giorni, e te ne sono grato. Perché ciò che mi rende umano è la capacità di provare emozioni. Meglio un innamorato dell’ultima ora, un cavaliere dolente dei miei stivali, che il cadavere deambulante di quello che era stata una brava persona.

Sono sempre il solito. Che meravigliosa notizia.

Bye Bye  Bombay.Tremo, come il mio paese, ma questa è un’altra storia.

È solo un po’ di me che torna a casa.

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Sono una persona fortemente competitiva

Posted in Morbs! on 27 novembre 2015 by Diecimilagiorni

Non essere all’altezza di qualcun altro fa ardere un fuoco distruttore nelle vene, come una goccia di Ballantine’s a stomaco vuoto. Ma non smetto di essere onesto: e quante ne ho incontrate, di persone più in gamba di me.

Ce n’era uno, anni fa, che non aveva bisogno di descriversi l’eroe quale era. Ricordo che rimasi impressionato dalla sua energia, dalla freschezza con la quale analizzava i doveri e gli obblighi che aveva scelto. Da come traesse quella energia da ogni elemento.

Ne ricordo un altro che era davvero un bel tipo: in forma, curato nel fisico, vestiva molto bene. E ancora meglio sapeva usare il suo intelletto e la sua preparazione, mescolando il tutto con un po’ di ironia. Faceva stragi con le ragazze, accidenti a lui.

Poi conobbi questo studente, che aveva costruito con pazienza il cerchio dei suoi affetti, le cui qualità interiori fluivano spontaneamente verso l’esterno, rendendolo una persona difficile da dimenticare, di cui fare a meno. Era piacevole stare in sua compagnia, e non mancava di riconoscerti l’importanza che avevi per lui.

E non parliamo di quel folle temerario. Mi fa impazzire pensare come riuscisse a rimanere concentrato, a sfruttare il suo tempo così bene: di come sfidasse la sorte senza paura, consapevole di come soltanto una scelta difficile e sanguinosa potesse sovvertire l’esito della battaglia. Un vero cavaliere del tempo che non c’è più.

Ce ne sono stati altri, nascosti e svelati dalle pieghe dell’esistenza. Non è facile ammettere che perderei qualunque confronto oggi. Eppure un tempo…

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Impressioni di Settembre XV

Posted in Morbs! with tags on 9 ottobre 2015 by Diecimilagiorni

Resta umano.

Proteggi le alcove, difendi gli anfratti e le pieghe del tuo essere ancora in grado di vibrare. Ancora in grado, malgrado le scosse, di nasconderti. Perché troppo spesso percorri a vuoto lo stesso anello, troppo stretto leghi alla gola quel cappio, troppo complesso scrivi lo spartito dei tuoi neri. Molto è andato perso, è vero. Come in quella favola, il nulla ha divorato quella capacità di percepire che da sempre è stata il tuo quartier generale, giungendo ad intaccarne le fondamenta dei legami spirituali, le travi portanti dei momenti felici, le gabbie di Faraday. Che poi erano gli abbracci.

Non puoi ridurre l’esistenza ai dolori ed alle rinunce. Agli schemi ed ai malsani sogni di vendetta. Dove hai dimenticato la ricerca di significato, la condivisione, il teorema del bene applicabile a te stesso ed agli abitanti del tuo cuore? Ecco la sfida dell’età adulta.

Ora sono passati quindici anni dal freddo serale di quella panchina, e troppo poco ho scritto dall’ultimo compleanno a questo. Ma non mi arrendo.

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Da tempo pt. I

Posted in Morbs! on 21 marzo 2015 by Diecimilagiorni

Non ti guardavo in faccia da un po’. Quel po’ necessario a deglutire una amarezza resa stopposa dalla scarsa reazione. Ho accusato il colpo come Zola, questo lo sapevate. Ricordo ormai poco di quei colloqui distanti sei mesi l’uno dall’altro, tra cui la terribile realizzazione, l’istante del crollo. Guardate con attenzione un qualunque grattacielo andare giù: la nostra lingua è un cimitero di metafore morte.

I capelli brizzolati, forse una camicia con cravatta sui toni rosacei. Il consiglio quasi amichevole del collega, “non fare polemiche, non sai mai chi ti ritrovi davanti”, l’unico accesso di stizza “e allora cosa è andato storto?”. Hai creato una nomenclatura moderna di rimpianti e lezioni, di dei e demoni, spartito le acque tipo b.C. e A.D. (oggi la musica non c’entra). Manco tu fossi una delle mie solite muse. E anche su quello siamo fuori argomento. Non è una bocciatura, dicevate. È una condanna, ripetevo. E la punizione è stata esemplare, delle mie. Ci sono stati gli effetti collaterali, dovuti alla presuntuosa certezza che ci ero riuscito, la beffa che il giorno della svolta avrei goduto della pioggia, aprendo la braccia, per qualche secondo. Era il 5 luglio, e diluviava.

No, non ero all’altezza. Pensavo troppo ed agivo poco. L’azienda aveva bisogno di capiservizio, ed io ero solo un buon lavoratore. Sei così Fulvio, e non puoi cambiare. Magari altrove serviranno dei portatori d’acqua.

Ma non ho sofferto invano. No Armando, non hai distrutto la mia esistenza per niente. Sono rimasto per terra, riverso nel mio sangue, ma non dimentico quei venerdì in cui volavo dalla Tiburtina a Castro Pretorio, quelle parole con cui intitolavo ogni giornata dell’anno. “Non può essere accaduto tutto invano”, e “Ci sta solo che da imparare qua”.  Ho imparato eccome. A capire il simpatico accento dei colleghi “Tu si nu gruoss’…però devi anche essere cchiù sfaccimm’ sul lavoro”. A scontrarmi e a cadere contro i miei limiti. A riempire di lacrime e calcestruzzo i vuoti.

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Il Dramma della Ripresa II (feat. Game Of Thrones)

Posted in Citazionismi, Morbs! with tags , , on 2 giugno 2013 by Diecimilagiorni

Come sempre.

Il problema, sorprendentemente ma non troppo, alla base del declino degli ultimi anni è stata la mancanza della scrittura. Invece, come sono aduso dichiarare, indietreggiare nelle stagioni lungo linee e cerchi, di inchiostro e di byte, equivale ad una piacevole chiacchierata con il solito “alter mensch“, che, come consuetudine, mi spiega chi ero, chi sono diventato, chi non sono più.

Due anni senza bussola sono fottutamente troppi, tali da venir colto da interrogativi angoscianti, tali da aver sviluppato una elevata dipendenza chimica dalle risposte: chi si spacciava per me? Chi sono stato? Chi spacciava me per un altro?

Beh, è necessario ripulire tutto. Ripartendo dalla frase: “Malleabilmente Relativista Col Prossimo, Drasticamente Manicheo Con Me Stesso“.

Come sempre.

Tuttavia, a livello 3.0 non posso cavarmela a buon mercato come a 2.0 o anche 2.5: a parte i miei vizi, il cui problema impedente la rimozione consisteva in un malcelato orgoglio, è indispensabile sacrificare il pezzo pregiato, la Regina. Una regina meravigliosa e potente, ma capricciosa, esosa, incestuosa. È necessario che smetta di regnare.

Ho anche scoperto che il cavaliere di fuoco del post Ars Belli ha il viso del Mastino. Che nel frattempo è ancora li a frapporsi tra me e la felicità: senza la più potente delle lame  riuscivo al massimo a spingerlo via. È necessario raggiungere un livello superiore di spada, non ho dimenticato che se l’è cavata anche contro un Dio.

Il Dramma Della Ripresa ha due facce: Evoluzione o Estinzione.

Fuoco o Sangue.

Fatti sotto, Clegane.

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Il Mondo Capovolto

Posted in Morbs!, Politics with tags , , , , on 27 ottobre 2012 by Diecimilagiorni

L’avevo cominciata per gioco e per disperazione amorosa. Poi, trovare un lavoro stabile ben prima della laurea, nella mia città, era un bel colpo di fortuna: il loro commercialista era un amico di amici di famiglia, ma lasciamo stare.

Fu così che mi trovai dietro una reception di albergo, addentrandomi, finora senza aver trovato l’uscita, nel Mondo Capovolto.  Premetto di non voler fare il martire, tutti gli impieghi danno privilegi e appioppano rogne, ti riempiono le tasche [forse] e ti esauriscono le forze [sicuramente]: intendo semplicemente proiettare un po’ di luce e avvicinare la lente di ingrandimento su un ambito occupazionale dalle dinamiche piuttosto sconosciute. Non tanto difficili da comprendere per chi ne viene a contatto, sicuramente impossibili da tenere a mente. Un lavoro apostrofato con “Dai, conosci gente da tutto il mondo e non devi nemmeno sgobbare più di tanto!“.

Un paio di coglioni.

Ricordo un periodo ferragostano in cui la settimana durò 13 giorni. Notti, cioè. Nulla di grave, in fondo ne ho fatte anche 20 senza riposare. Quello che capii, smettendo di colpo d’essere un novizio, fu che loro stavano facendomi un favore, che a Taranto in mille si sarebbero scannati per essere al mio posto, che un mese o due di ritardo nello stipendio era la normalità. Non ci sono soldi.

Come riassumereste queste ultime frasi?

Ecco.

il Mondo Capovolto, specie nelle piccole realtà, ha il suo fondamento nel Ricatto Occupazionale. Dopo vi spiego perché.

Non che a Roma sia andata meglio. Non so da dove cominciare e certamente dimenticherò qualcosa. Ecco, ho capito come funzionano gli attacchi di panico. 50 camere, quindi anche 120 persone, contro una sola unità. E non in reception, in tutto l’albergo. Facchino? Centralinista? Cassiere? Barista? Giardiniere? Manutentore? Punching ball? Solo tu. Mettici anche troppo spesso manca l’acqua calda, l’aria condizionata, i riscaldamenti, gli asciugamani, i cuscini, per non parlare del digitale terreste e del wi-fi. Attrezzatura scadente, pagata poco e quindi di scarsa qualità. Come il personale, insomma.

Questi erano affari miei. Vediamo un po’ a livello generale come funziona.

Cultura del sospetto, per esempio. Non essendoci contemporaneità, come in tutti gli uffici di questo mondo, ad ogni problema corrisponde un interrogatorio stile Gestapo; chi c’era a quell’ora, chi ha stampato quella ricevuta, chi ha preso quella prenotazione, chi si è fatto scappare il cliente senza che pagasse. E gli ammanchi di cassa si pagano di tasca propria.  Sarebbe bello dire sono detratti dalla busta paga, la quale non sempre c’è e quand’anche sei regolarizzato, ti arriva due mesi dopo. Che, conviene?

Professionalità. Vi devo la spiegazione di cui sopra.  A parte qualche illuminato, che non ho comunque avuto il piacere di conoscere, l’albergatore medio è un imprenditore che considera la sua azienda come casa sua. Ovvero, tu che sei dipendente non contribuisci affatto al buon andamento degli affari. Una tua buona performance non farà guadagnare reputazione e denaro all’azienda. Eh no. Tu sei un ospite. Non devi sapere, non devi chiedere, ti devi limitare a coprire il turno. Le tue mansioni sono meccaniche e ripetitive, non hai alcun accesso alle informazioni e alle procedure che ti consentirebbero di svolgere efficacemente il lavoro. Perché se sai come accedere al magazzino rubi le scorte, se sai qual è il passepartout affitterai camere intascando la retta. E per mixare gli elementi degli ultimi paragrafi, quando qualcosa non va il capo scatena una dura rappresaglia, convinto che qualcuno dello staff lo boicotti intenzionalmente. Del resto, sa benissimo di trattare tutti di merda, economicamente, professionalmente, umanamente. A me viene in mente una parola. Mobbing.

Alternanza lavoro/riposo. Inesistente. Le malattie è meglio non prenderle. Qui si lavora su turni: e se ti assenti, qualcuno dovrà lavorare il doppio per coprirti. Se il collega è finito sotto un’auto, gli è morto il padre, o semplicemente è in ritardo causa sciopero dei mezzi, tu resti li. A far la muffa. E a risolvere grane fuori dal tuo orario di lavoro. Persino in fabbrica, a fronte di 16 ore consecutive, hai il diritto al riposo. Qui no, la mattina, il pomeriggio, o la notte dopo devi essere al tuo posto. Le ferie sono un miraggio: l’estate te la scordi, scherzi? È li che c’è più lavoroFeste comandate? Idem. Natale, Pasqua, Capodanno, Ferragosto, Primo Maggio e Ognissanti. Sei li ad impazzire. Perfino i call center sono chiusi la domenica. E quei coraggiosi lavoratori, quali realmente sono, possono godersi un weekend fuori grazie a noi.

Non dimenticatelo: siamo noi, con i ristoranti, i bar, gli autogrill e tutta la macchina turistica, a permettervi di riposare e godervi le feste.

Qui ci tocca Febbraio o Novembre, se va bene, tra mille discussioni. Personalmente dopo anni, non ho ancora avuto il piacere di un giorno di ferie. Tanto, anche un eventuale TFR con riposi non goduti viene conferito dopo un anno o giù di lì. Dimenticavo: per la legge dei grandi numeri, può capitare come giorno di riposo proprio la festività nazionale. Se ti va bene, sarai obbligato a cambiarlo, se va male, se ci sei troppo dentro,  sei tu stesso a chiederlo. In fondo, cosa te ne fai di 24h. I giorni non hanno significato, qui dentro. Tanto vale arrendersi e portare a casa, forse, quello schifoso 10% di maggiorazione festiva.

Ma la cosa che più pesa, credo a molti, è questa. – “Cosa fai a Pasquetta?” -“Perché me lo chiedi tutti gli anni, lo sai che lavoro.” Non riescono a capirlo. E non bastano gli esaurimenti nervosi, i clienti impossibili, le sfuriate dei capi, le rotture lasciate dai colleghi. Li abbiamo tutti. Ma quando molti di voi, giustamente, si godono il primo pomeriggio domenicale, noi dobbiamo indossare la divisa e uscire.  E non parliamo delle notti, che se fai per abbastanza tempo ti accorgi che il mondo è andato avanti e tu non ricordi più com’è la luce del sole. Quando monti, tutti hanno già finito e sei l’unico ad aver fretta; quando stacchi, trovi la città impazzita mentre tu non vedi che il letto.  In estate, le spiagge sono piene e tu lavori, in inverno gli altri sono in ufficio e il viaggio puoi fartelo tutt’al più da solo, dove altri operatori ti sorrideranno al sapere che sei un collega. Viviamo a testa in giù, nei sotterranei dell’umanità. Siamo i nuovi schiavi ai remi delle galee. E personalmente non mi stupisco quando un cliente mi guarda stupito e “finalmente un italiano!

Sono stato catastrofista come mio solito, ed ho scritto molto. Ma ogni giorno che passo lì dentro sento di averlo sprecato. Ditemi che mi sbaglio.

Ogni Maledetta Zeitgeist [Impressioni di Settembre XII]

Posted in Citazionismi, Morbs! with tags , , on 16 settembre 2012 by Diecimilagiorni

Scrivere ogni anno questo post ha dato luogo a delle regole. Posso indossare la penna o picchettare sulla tastiera, in questo sempre controverso mese, di affanni e speranze. Anche nel successivo, in realtà: a condizione che scatti quella favilla nota a chiunque ami dare voce all’inchiostro. Quel frangente, magari serale, domenicale, di un sospiro profondo, di una vecchia foto, degli appuntamenti dei giorni venturi, dello stipendio ricevuto. Ecco, mi trovo in un non-luogo che solo la sacra parola scritta può creare.

Credo che il mondo abbia una chiave di lettura, uno spirito e tempo, un qui e ora comprensibile ed interpretabile. Chi ne è padrone, anche solo per pochi istanti, è capace di ottenere da Lui, e da noi, quasi ogni cosa: parlo di possedere la capacità della giusta vulgata, della corretta azione, del divino scorrere dei giorni. Saper leggere quel libro, con parole cangianti e nessuna scrittura, e fare in modo che assecondi la tua volontà. Come un Demone. O come il Genio della lampada.

Non provo invidia nei confronti di queste persone. Solo una velata malinconia, come un brivido del freddo che arriva, ricordando come un tempo il mondo mi appartenesse. Almeno, il mio. Tra queste stesse mani lo stringevo e lo cullavo. Ma oggi, mentre tu hai ancora quei capelli rossi e la voce rauca, tu appena due rughe in più ma ancora splendidi iridi d’acqua, tu sorrisi d’avorio tanto da non ricordarti più imbronciata e tesa,tra i palmi rimangono solo immagini, diapositive, negativi.

Basta però. Basta con questi flashback. E basta anche col pensare che la partita sia chiusa. Qualcuno lassù mi ha inviato una stupenda estate per farmi capire che è ancora tutto possibile.

Non sono bravo a suonare la carica, ad essere scaramantico si.

Quindi taccio e faccio parlare uno che ne sa. Stasera in cuffia c’è lui.

…Ma i centimetri che ci servono, sono dappertutto, sono intorno a noi, ce ne sono in ogni break della partita, ad ogni minuto, ad ogni secondo. In questa squadra si combatte per un centimetro, in questa squadra massacriamo di fatica noi stessi e tutti quelli intorno a noi per un centimetro, ci difendiamo con le unghie e con i denti per un centimetro, perché sappiamo che quando andremo a sommare tutti quei centimetri il totale allora farà la differenza tra la vittoria e la sconfitta, la differenza fra vivere e morire!  E voglio dirvi una cosa: in ogni scontro è colui il quale è disposto a morire che guadagnerà un centimetro, e io so che se potrò avere una esistenza appagante sarà perché sono disposto ancora a battermi e a morire per quel centimetro!