Archivio per giugno, 2015

515 – Un giorno qualunque, mi ricorderai.

Posted in Love/Hate with tags , on 18 giugno 2015 by Diecimilagiorni

Questa volta non riesco a scontornare i tratti della stagione di cui vi racconto, o a rammentare quale il giorno, quali i numeri che intitolavano il calendario. Chiuso in un metro per un metro, circondato da orribili pareti rosa, e tanta brutta umanità transitante quella porta. Ed una interminabile serie di ore per pensare, in alternanza a quelle trascorse rapide fronteggiando un’orda, cedendo ai nervi, preparandomi al passaggio nelle pieghe della vita. Ore trascorse ad interpretare il significato di un cupo sogno di gloria.

Non ricordo chi tu fossi a quel tempo, e di questo non posso essere soddisfatto. Ti vidi entrare da quel portone sempre aperto, salire le scale, oltrepassare lo stipite in legno.

Forse sapevo che eri da quelle parti, forse ti avevo implorato di passare a trovarmi per alleggerire la corsa di quella maledetta lancetta. Abitavi ancora li vicino? Era proprio un giorno da dimenticare.

“Scusami, arrivo tra poco. There’s a reason for my delay”, mi avevi scritto poco prima. Ed eccoti davanti a me, sorridente e col respiro un po’ affannato, vestita di grigio e di nero. Con un incarto in mano: “Ricordi che ti avevo parlato di quel concorso letterario? Guarda un po’…”. C’era, copiato pazientemente a mano, l’intero regolamento su cento fogli un di bloc-notes tascabile. Non avevo mai letto qualcosa scritto da te, mentre spesso avevi detto di amare le mie storie, e avrei forse potuto farle volare verso nuovi mondi. Un po’ confuso, sorrisi. Dal fondo del pacchetto estraesti un panino nella stagnola. Prosciutto e formaggio: un lusso da giorno di festa, nel mio lavoro. La confusione aumentò, ero sorpreso e felice, grato. Ti presi il viso tra le mani e toccai le tue labbra con le mie; eri un po’ sudata.  Ma questo, anziché ricordare i nostri più intimi abbracci, i pomeriggi, sotto le coperte, il tuo cuore che batteva forte, riportò alla mente un bacio simile, con le mie mani nelle tue, sotto le arcate del Colosseo.

Ci salutammo così, forse con un po’ di imbarazzo. Forse non avrei sopportato un cliente molesto ad interrompere quel momento così diverso dai canoni della nostra storia. Così meravigliosamente normale, quando si ama. Ordinario, normale: quanto ho bramato queste parole, e quanto ho odiato la loro assenza. Ma a ben vedere, ciò a cui anelo veramente coincide con i miei sbagli nel momento in cui potrei ottenerlo. Ti lasciai andare, quella sera.

Ed oggi, lontano, in un luogo diverso e sempre uguale, ancora spero che il giorno non mi faccia troppo male, pensando che presto, ripasserai da quella porta.

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Amore che vieni, amore che vai.