Archivio per marzo, 2015

Da tempo pt. I

Posted in Morbs! on 21 marzo 2015 by Diecimilagiorni

Non ti guardavo in faccia da un po’. Quel po’ necessario a deglutire una amarezza resa stopposa dalla scarsa reazione. Ho accusato il colpo come Zola, questo lo sapevate. Ricordo ormai poco di quei colloqui distanti sei mesi l’uno dall’altro, tra cui la terribile realizzazione, l’istante del crollo. Guardate con attenzione un qualunque grattacielo andare giù: la nostra lingua è un cimitero di metafore morte.

I capelli brizzolati, forse una camicia con cravatta sui toni rosacei. Il consiglio quasi amichevole del collega, “non fare polemiche, non sai mai chi ti ritrovi davanti”, l’unico accesso di stizza “e allora cosa è andato storto?”. Hai creato una nomenclatura moderna di rimpianti e lezioni, di dei e demoni, spartito le acque tipo b.C. e A.D. (oggi la musica non c’entra). Manco tu fossi una delle mie solite muse. E anche su quello siamo fuori argomento. Non è una bocciatura, dicevate. È una condanna, ripetevo. E la punizione è stata esemplare, delle mie. Ci sono stati gli effetti collaterali, dovuti alla presuntuosa certezza che ci ero riuscito, la beffa che il giorno della svolta avrei goduto della pioggia, aprendo la braccia, per qualche secondo. Era il 5 luglio, e diluviava.

No, non ero all’altezza. Pensavo troppo ed agivo poco. L’azienda aveva bisogno di capiservizio, ed io ero solo un buon lavoratore. Sei così Fulvio, e non puoi cambiare. Magari altrove serviranno dei portatori d’acqua.

Ma non ho sofferto invano. No Armando, non hai distrutto la mia esistenza per niente. Sono rimasto per terra, riverso nel mio sangue, ma non dimentico quei venerdì in cui volavo dalla Tiburtina a Castro Pretorio, quelle parole con cui intitolavo ogni giornata dell’anno. “Non può essere accaduto tutto invano”, e “Ci sta solo che da imparare qua”.  Ho imparato eccome. A capire il simpatico accento dei colleghi “Tu si nu gruoss’…però devi anche essere cchiù sfaccimm’ sul lavoro”. A scontrarmi e a cadere contro i miei limiti. A riempire di lacrime e calcestruzzo i vuoti.

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