515 – No Surprises

Poteva essere una stagione qualunque,  in quella casa. Ricordo sempre luce. Non ho mai escluso che possedesse una propria anima, come anni dopo avrei scritto tra le ante della mia armadio. Quel giorno di un mese imprecisato però, la naturale serenità delle stanze era dolcemente moltiplicata dalla sua presenza: non avevamo molta voglia di studiare, come avremmo dovuto, e trascorrevamo il pomeriggio tra giochi di sguardi e di caviglie.  Amavo quella ragazza di un amore giovanile, come altrimenti non sapevo fare, quel sentimento che colonizza i sogni, abbatte le divergenze, ti rende un uomo migliore. Eravamo entrambi consapevoli di provenire da mondi diversi: io con i miei capelli lunghi, la mia allegra sciatteria, le notti di studio e le feste alcoliche. Lei con la sua fede, il coprifuoco, la discrezione; ed i suoi occhi verdi, nei quali avevo sempre letto, prode cavaliere di un tempo che fu, la parola “proteggimi“.  Capii perchè scelse me. Non c’era ragazzo tra i luoghi dell’università che non fosse attratto da lei, ma nella inesperta goffaggine propria della gioventù, nessuno riusciva a fare breccia nell’eclissi che lei poneva tra sé ed il mondo.  Per uno strano gioco del caso tuttavia, il nostro differire la incuriosiva e la rassicurava. Mi disse di non conoscere nessuno così sfrontato da organizzare una colletta tra i corridoi per comprare un pacco di preservativi, o di farsi scrivere sulle palpebre “Love” e “You” piazzandosi al primo banco e tenendo per tutta la lezione gli occhi chiusi davanti alla giovane e carina professoressa di inglese. Ma io non ero diverso dai miei coetanei, l’allontanamento da casa mi aveva solo reso più assetato di vita, più padrone delle mie sorti, eppure non più abile a padroneggiare un tesoro di tale valore. Le cose preziose non sono fatte per essere maneggiate, e mi limitavo a starle accanto senza pretendere nulla. Qualcuno mi invidiava per questo forse, considerandomi un privilegiato, baciato dalla sorte. Ma averla così vicino ogni giorno e lasciarla salire sull’autobus senza seguirla, senza averle sfiorato la mano, rievocava oscure punizioni del mondo antico e di quello moderno. Patire la fame e l’arsura osservando in catene l’acqua di un ruscello correre via ed i rami di un melo alzarsi verso il cielo, oltre qualunque portata umana. Di tutto questo ragionavo mentre sentii la porta schiudersi: lei era sdraiata sul mio letto prona, incrociando i polpacci che terminavano con delle deliziose scarpe con piccoli tacchi, sfogliando un manuale. Io guardavo l’orizzonte dalla finestra, mi girai, sorrisi.

“Fu, ascolta non è che…

…Ciao…”

Gli avevo parlato a lungo di lei. Sorrise, chiese se non ci dispiaceva metter su un po’ di musica. E la musica arrivò dalla voce di un uomo d’oltremare che così cantava:

Such a pretty house and such a pretty garden

No alarms and no surprises,

No alarms and no surprises,

Please…

“Certo che sei proprio come ti immaginavo”, si dissero. Ed io capii quanto amavo sorprendere, avvicinando i loro fili, gli abitanti del mio cuore. E quanto la musica potesse imprimere forma, conferire vita eterna ad un solo attimo.

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