Archivio per dicembre, 2013

515 – S.R.V.

Posted in Love/Hate with tags , on 17 dicembre 2013 by Diecimilagiorni

Erano passati due mesi dal mio approdo nella Capitale. Il break natalizio era vicino.

Guardando indietro a quella sfavillante estate, dovetti scavare nella memoria. Non diedi gran peso a quell’incontro, ahimè primo di una sciocca sequela di errori. Avevamo collaborato alle Sessions senza incontrarci, incidendo la sua voce sulle nostre chitarre: quando la incrociai davanti il bar di Rocco, mi complimentai per la bellezza del pezzo e la delicatezza del suo canto, lei si schernì definendolo una lagna. Le raccontai che come lei ero mancino, mostrandole l’orologio sulla destra, e poco altro prima di salutarla frettolosamente. “Bel tipo“, mi dissi. “Ma vedi sto ‘sto stronzo“, ammise tempo dopo di aver pensato. Mi chiese il numero di telefono via MySpace con un innocente “così almeno ce lo abbiamo”.

Ed eccoci a dicembre. Non ricordo su quale argomento stavamo scambiandoci SMS quel giorno. Ciò che non dimenticherò mai furono quelle parole, quelle virgole, scelte con una cura che ancora oggi prendo ad esempio quando lamento della difficoltà tra uomo e donna di comprendersi.

                Si capisce così tanto che così, a pelle, ho una voglia matta di fare l’amore con te?

L’ordine delle mie priorità si ribaltò per sempre. Da quel giorno in poi non aspettai altro che incontrarla, con nessun altro pensiero che “è il modo di agire che avvicina o allontana due corpi“. Il luogo del rendez-vous fu il dipartimento di storia, poco prima di Capodanno. Era una persona di indescrivibile fascino. Indossava una giacchetta di velluto con dietro incise le iniziali di un grande chitarrista, occhiali a goccia, pantaloni a zampa. Una Janis Joplin del mondo moderno, con la pelle bianca e gli occhioni scuri, la figura minuta e capelli rossi i cui boccoli le incorniciavano il viso al modo di ghirlande. Non solo. Dirigendoci verso casa sua, mi confermai quello che per telefono potevo solo supporre: pur circonfusa da un’aura di dolcezza, sprigionava una intensità devastante, quando ragionava sul mondo, sulla filosofia. E sulla musica: aveva un modo di viverla tale da equipararla all’Amore stesso, alla sua forma più nobile. E, Dio, riversava ogni goccia di questo oceano nell’Amore fisico, disintegrando e ricostruendo l’Anima intera nel suo momento di suprema estasi. Il quale, messa da parte qualunque suggestione o vanità, percepivo. Divina.

Furono delle feste infuocate. Potevamo fumare nel letto per ore, ascoltare i Rainbow altrettanto a lungo, stringerci i polsi, e contare.

Se continui così facciamo tre a uno…

E allora..? Tutte le volte che vuoi…

How strange, innocence. Non ci curavamo delle centinaia di chilometri che ci avrebbero nuovamente separato di li a poco. Trascorremmo una splendida vigilia dell’anno nuovo nella fredda casa di Francesco, facemmo l’amore nella stanza che diede alla luce la canzone responsabile del nostro incontro. Mi disse di amarmi, non ne ho mai dubitato. Ma titubavo nel replicare allo stesso modo.

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515 – No Surprises

Posted in Love/Hate, Musiclike with tags , , on 11 dicembre 2013 by Diecimilagiorni

Poteva essere una stagione qualunque,  in quella casa. Ricordo sempre luce. Non ho mai escluso che possedesse una propria anima, come anni dopo avrei scritto tra le ante della mia armadio. Quel giorno di un mese imprecisato però, la naturale serenità delle stanze era dolcemente moltiplicata dalla sua presenza: non avevamo molta voglia di studiare, come avremmo dovuto, e trascorrevamo il pomeriggio tra giochi di sguardi e di caviglie.  Amavo quella ragazza di un amore giovanile, come altrimenti non sapevo fare, quel sentimento che colonizza i sogni, abbatte le divergenze, ti rende un uomo migliore. Eravamo entrambi consapevoli di provenire da mondi diversi: io con i miei capelli lunghi, la mia allegra sciatteria, le notti di studio e le feste alcoliche. Lei con la sua fede, il coprifuoco, la discrezione; ed i suoi occhi verdi, nei quali avevo sempre letto, prode cavaliere di un tempo che fu, la parola “proteggimi“.  Capii perchè scelse me. Non c’era ragazzo tra i luoghi dell’università che non fosse attratto da lei, ma nella inesperta goffaggine propria della gioventù, nessuno riusciva a fare breccia nell’eclissi che lei poneva tra sé ed il mondo.  Per uno strano gioco del caso tuttavia, il nostro differire la incuriosiva e la rassicurava. Mi disse di non conoscere nessuno così sfrontato da organizzare una colletta tra i corridoi per comprare un pacco di preservativi, o di farsi scrivere sulle palpebre “Love” e “You” piazzandosi al primo banco e tenendo per tutta la lezione gli occhi chiusi davanti alla giovane e carina professoressa di inglese. Ma io non ero diverso dai miei coetanei, l’allontanamento da casa mi aveva solo reso più assetato di vita, più padrone delle mie sorti, eppure non più abile a padroneggiare un tesoro di tale valore. Le cose preziose non sono fatte per essere maneggiate, e mi limitavo a starle accanto senza pretendere nulla. Qualcuno mi invidiava per questo forse, considerandomi un privilegiato, baciato dalla sorte. Ma averla così vicino ogni giorno e lasciarla salire sull’autobus senza seguirla, senza averle sfiorato la mano, rievocava oscure punizioni del mondo antico e di quello moderno. Patire la fame e l’arsura osservando in catene l’acqua di un ruscello correre via ed i rami di un melo alzarsi verso il cielo, oltre qualunque portata umana. Di tutto questo ragionavo mentre sentii la porta schiudersi: lei era sdraiata sul mio letto prona, incrociando i polpacci che terminavano con delle deliziose scarpe con piccoli tacchi, sfogliando un manuale. Io guardavo l’orizzonte dalla finestra, mi girai, sorrisi.

“Fu, ascolta non è che…

…Ciao…”

Gli avevo parlato a lungo di lei. Sorrise, chiese se non ci dispiaceva metter su un po’ di musica. E la musica arrivò dalla voce di un uomo d’oltremare che così cantava:

Such a pretty house and such a pretty garden

No alarms and no surprises,

No alarms and no surprises,

Please…

“Certo che sei proprio come ti immaginavo”, si dissero. Ed io capii quanto amavo sorprendere, avvicinando i loro fili, gli abitanti del mio cuore. E quanto la musica potesse imprimere forma, conferire vita eterna ad un solo attimo.

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Fede non è una parola sciocca

Posted in Citazionismi, Love/Hate on 1 dicembre 2013 by Diecimilagiorni

Le parole sono il mezzo per giungere al significato, e il significato la strada verso la verità. Mi piace affermare che ho fede nella mia mano sinistra, nella mia mano destra, ed in tutte le persone che muovono le mani in nome della buona volontà.  L’appassionato laicismo di questi anni però, non ha cancellato l’infanzia trascorsa in parrocchia, e quanto profondamente mi sia addentrato nei misteri del Dio Cristiano. Il passare del tempo mi ha fatto cambiare punti di riferimento, nella famosa direzione ostinata e contraria: ed ecco i Comandamenti estratti direttamente dalla cultura contemporanea, i libri, i film, la musica. E soprattutto, gli uomini e le donne di cui sopra.

La soddisfazione spirituale, mentale e materiale mi ha lasciato la presunzione di essere autosufficiente: come argomentava proprio uno dei miei pilastri, il benessere  ci ha privati di tutto. Anche di Dio. Ma quando l’inverno della giovinezza arriva, i sodalizi si sciolgono, i modelli di pensiero diventano obsoleti e gli anni un fardello insostenibile, troppi per credere ai sogni e troppo pochi per realizzarli, risuona. In testa una voce che chiede silenzio. E nel frastuono della metropoli, c’è solo un luogo che te lo garantisce. Una cattedrale. La mancanza di rumore è quasi disorientante. Non ricordo più le preghiere canoniche, ma ce n’è una che non è mai venuta meno, e che così termina:

“…Non dimenticare il loro volto, che dopo tanto sbandare è appena giusto che la fortuna li aiuti

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