Archivio per novembre, 2013

La Rossa Visitatrice

Posted in Love/Hate on 28 novembre 2013 by Diecimilagiorni

La mia testa è un groviglio. Siano lacci di scarpe, corde di chitarra, cavi elettrici o perchè no, spaghetti, la massa informe tra le pareti del cranio sceglie con autonomia. Se brulicare o restare inerte, quando un pensiero illumina una parte della matassa conferendole ogni volta una luce diversa. E con mani chirugiche estrae, tirando, una estremità. Spesso accade quando è buio, fuori fa freddo e sono su un autobus semivuoto alla fine di una giornata decente, quando il mio viso gelato cerca tepore e devo accontentarmi di un pezzo di ferro.  Quando il sole dell’avvenire sembra così lontano da far sorridere l’oscurità, come se dicesse, beffarda e sovrana, me ne vado se e quando voglio. Ed allora proseguendo nel dipanare il filo, giungono immagini degli abitanti del mio cuore, dei luoghi che ho amato, dei fuochi lontani. Della adolescenza trascorsa, degli sbagli commessi, delle vittorie ottenute con le mani insanguinate.

Il pensiero non può che avere le sembianze della donna che amo,  che ingorda strappa via gli ultimi millimetri e se ne ciba. Sapeva che alla fine avrebbe trovato quelle poche ore in cui ci siamo amati teneramente. Un dolce, appunto. E tra i muri di polpa, in quel vuoto rimasto, ancora più micidiale colpisce il gelo.

Accendete un fuoco per me

Accendete un fuoco per me

Accendete un fuoco per me

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515 – Incipit

Posted in Love/Hate with tags , , on 23 novembre 2013 by Diecimilagiorni

Ricordo bene quel colpo di campanello.

Eravamo in procinto di traslocare, e come tutte le mansioni che si svolgevano in casa, mi annoiavano fino a deprimermi. Sognavo solo di andare via. Al portone mi attendevano Vincenzo e la sua famiglia. Eravamo stati compagni di banco per cinque lunghi anni al liceo. Avevamo scoperto insieme i film cult di quella decade e fumato le prime canne. Adesso saremmo arrivati a Lecce. Lui aveva un parente che lo ospitava, io mi sarei dovuto cercare una sistemazione. Sarei stato ospite  per un po’, ma a me importava solo lasciare la città e dimostrare al mondo quanto credevo di saper fare.

Avevo trovato lavoro in un negozio di scarpe quell’estate: come spesso accade da giovanissimi, a darmi il biglietto di ingresso fu un amico, il batterista della mia band. I Wicked Whispers, ci chiamavamo. L’amore per la musica era già profondo e agrodolce, già si contavano le canzoni legate a momenti esaltanti come quelle proibite, per un ideale tradito, una truffa subita, un amore finito male: con i miei primi stipendi, ricevuti in nero con una piccola lacrima d’emozione, potetti di certo pagare la prima iscrizione all’università, ma lasciai da parte qualcosa. E dopo una delle interminabili giornate in reparto, presi il treno nel cuore della notte per presentarmi il giorno dopo, con la testa in fiamme, ad un concerto dei Deep Purple. Ravenna, la luna per un diciannovenne del profondo sud. Rientrai l’indomani all’alba, e dopo una sosta a casa per lavarmi, ripresi servizio tra i rimproveri paterni. E per la prima volta, definii cosa per me erano il bene ed il male. Per la prima volta vivo.

Non avrei avuto difficoltà economiche a trovare una stanza, e mi lanciai per le strade e per i palazzi dell’università, staccando talloncini con numeri di telefono, come ancora si usa fare, bussando a porte di amici e conoscenti già addentrati nell’avventura della prosecuzione degli studi. Mai dimenticherò, tagliando da un dipartimento all’altro attraverso strette vie del centro, la meraviglia di Piazza Duomo, sbucata ai miei occhi come la tana del Bianconiglio. Mi trasmise un senso di appartenenza che ancora oggi non m’abbandona. Mi squillò il cellulare.

– “Fu’, sono Vincenzo, senti…”

– “Dimmi, abbiamo fatto scadere di nuovo il latte?”

– “None, c’è un mio amico che cerca un posto in doppia, ti va di conoscerlo?”

– “Certo, chi è?”

– “Nazareno, andava nella nostra stessa sezione, un anno avanti…”

– “Mai sentito nominare…”

– “Ma come, te l’avrò presentato!”

– “E quanto avevamo fumato?”

– “Mena cretino, sto in giro con lui, ti raggiungiamo”

Aveva carnagione olivastra, scuro di occhi e di capelli, che lunghi ed arruffati formavano quasi dei dreadlock spontanei. Studiava ingegneria da un anno e scriveva poesie da molti di più. Gli strinsi la mano davanti l’Ateneo.  Ed è così che l’avventura è cominciata.

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