De(-)Ego

Ricordo ogni cosa. Ferro nelle mie sinapsi, consolazione di non poco
conto a fronte di una intuizione di burro.

Ho memoria fotografica delle punte dei vostri indici, quando mi giudicavate per pigrizia anche
in assenza di crimini, in nome di una generica appartenenza ad una classe a rischio. Di certo ne fui stimato membro, pur senza sottoscrizione.
La piccola città impiegò poco ad individuare e
marchiare i diversi (che oggi mi suscitano attenzione e curiosità: potere della comunanza); sognavo di andarmene e ci sono riuscito, con pochi meriti e molti prestiti d’onore. Ma anche nel cuore dell’umanità, non ho scordato le ore in compagnia della luna e delle mie promesse, che
discorrevano in modalità confessore-peccatore, sottovoce, per non spezzare la mia concentrazione al servizio dei libri. Non cancello i volti degli amici, neppure però nei “non vieni con noi?”, nei “dove sei?”, nei “peccato…”. Posseggo diapositive e nastri delle città in cui ho versato sangue, delle mie carni bruciate, dei sacrifici nei quali mi esilio, per amare la vita da lontano in un gioco sottile.


L‘amore paga & costa: nella colonna del mio dare compare invariabilmente una marchiatura o un timbro scarlatti. Ne sono così acostumbrado, così atavicamente aduso da non poterne fare a meno. Mi è entrata nelle fibre, nelle cellule e più in basso, nel DNA. Mi sento sempre in debito del massimo, della perfezione collettiva,  della somma sapienza e del primo amore. Del completamento del Colosseo (= mini esame per i mieilettori).  Ed ecco, l’obbligo del diversamente uomo,  il sorriso davanti il martirio, la pienezza nell’annichilimento e tutte quell
immagini apocalittiche con cui vi ho ammorbato in questi anni. Scherzi a parte, la disposizione al dolore si dipana secondo le declinazioni del mondo, le radici storiche e le desinenze della realtà, (meno nobilmente) nel costume e nei media. Ma ancora di più, la mia scelta parla nei linguaggi dell’uomo, colui che
nunc et semper è misura di ogni cosa.  

Perchè tutto questo?

Quella mentalità del vincitore che mi martella da ogni dove, La necessità dell’impronta da
lasciare per timore della
mors, che ci auguriamo sia invece tua. L’assertività, politically correct per aggressività e/o arroganza, il vassallaggio del prossimo, Il potere che logora chi non ce
l’ha e chissà che altro.
Eppure, nei luoghi  che contano (fisici e spirituali, devo sempre specificarlo) resto un vinto, un povero-combattivo, uno che vorrebbe adagiarsi al susseguirsi delle stagioni. Uno che si è battuto con onore fino alle estreme conseguenze, che ci ha lasciato la pelle perchè non doveva sfidare un nemico troppo forte, né ficcare il becco in una sfera di non appartenenza. Peraltro, l’ipotesi che proprio questa onesta ammissione mi elevi alla classe
sovrastante non può convincermi: ne lascio la realizzazione alla cellulosa, che come ogni arte esplora gli scenari difficilmente sensibili al tatto.

Bandisco, inscatolandola in qualche anfratto neuronico, la contro-scelta di abbandonarmi alla mia natura, abbandonando la scalata. Ma mi guardo intorno.
E non trovo colpe in
chi giunge le mani e prega “Signore, dammi la forza per alzarmi anche
domani, e di guadagnarmi il pane con le mie mani

Non trovo colpe in chi ama ardentemente, senza aspettare, senza misurare.
Non trovo colpe in chi soffre concentrandosi.
Non trovo colpe in chi è come me.
Tranne
che in me.

 

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2 Risposte to “De(-)Ego”

  1. Ombretta Says:

    Ogni dolore, preoccupazione, vergogna, colpa (gli infiniti sintomi dell\’ego) hanno un\’unica matrice: il GIUDIZIO.Quando giudichiamo o ci giudichiamo, immediatamente produciamo separazione e disconosciamo l\’UNO che siamo.Quando invece smettiamo di giudicare gli altri (o noi stessi, nella consapevolezza dell\’Unità non fa alcuna differenza), possiamo finalmente iniziare ad amare gli altri senza alcuna condizione e al di là di ogni giudizio.E così possiamo iniziare ad amare anche noi stessi incondizionatamente.

  2. non ci sono colpe ….nemmeno in te…ti abbraccio……

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