Archivio per febbraio, 2010

La mia voce canta nel vento.

Posted in Morbs! on 23 febbraio 2010 by Diecimilagiorni
Accorata, speranzosa o costernata, disperata o gloriosa.
In questo istante temo più che mai le fauci della notte appena iniziata, un metus di inghiottimento, una irrazionale certezza che il sonno senza risveglio giunga prima dell’aurora. Non solo per la mortale stanchezza: può darsi che il sole domani, semplicemente non sorga. Simultaneo sale il pensiero che s’innalza oltre i presenti giorni, che momentaneo balza sopra il fiume che scorre ed in quell’attimo scorge una verità superiore. Le miserie dell’esistenza altro non sono che giorni accumulati come sacchi: che con coraggioso quanto fetido ottimismo, con curiosità umana ed ingenuotta, ammonticchio per sapere cosa succede dopo. Così suonano alla porta anni con cifre sempre maggiori, i capelli incanutiti, le rughe sul viso e quelle dell’anima. Decrescono la voglia e la ricerca della felicità duratura, allo stesso ritmo in cui aumentano:
l’irrequietezza, l’insoddisfazione, l’intolleranza verso sè stessi ed il prossimo;
Per le giustificazioni condizionali, per la scarsa durata ed intensità dei momenti felici, perchè va tutto nel verso sbagliato e basta.
Quel prossimo che mi augura la meritata serenità, sulla quale scommette ciecamente come se, se non dovessi alfine incontrarla, ne scomparirebbe la posssibilità per tutti. Ma io sento vicino l’odore della caduta e dello schianto, del fallimento e della resa.
Mia madre mi leggeva racconti mitologici al posto delle fiabe. Oggi mi domando cosa pensassero i miei eroi. Come affrontasse Diomede il fulmine di Zeus, Ulisse la tempesta provocata dall’invidia di Poseidone, Ercole la collera instillatagli dalla furia di Giunone. Se e come sentivano vicino il momento della sconfitta. E cosa desse loro forza. Forse unicamente la penna di Omero.
ma l’autore di questo libro è solo un ragazzo che ha tanta paura del buio.

…Honestly.

Posted in Musiclike with tags on 1 febbraio 2010 by Diecimilagiorni
Alcune giornate conferiscono rotondità all’esistenza. Anche solo perchè era previsto.
L’odore delle radici mi fa ricordare da dove spuntano i rami, perchè sono germogliate le foglie. Come cadranno, fungendo da humus.
Oggi ho scalfito una parte di cui stavo perdendo la memoria.
Oggi ci siamo incontrati un un luogo sconosciuto. Nella memoria collettiva, almeno.
Soliti ritardi, i lucchetti che non si aprono.
La batteria cammina.
Il basso è sparatissimo.
La voce esce da un Ashdown.
La mia cassa spernacchia e va in loop senza motivo.
Ma quando attacchiamo “Il complesso di Cassandra“, le mie gambe iniziano a tremare. Ed allo stesso tempo vedo boccoli svolazzare, corpi inarcati avvinghiati alle aste, smorfie dietro piatti sonanti. E bocche che squarciano l’aria sui ritornelli, come se fossimo la cover band di un gruppo amato in gioventù. Come nessuno è stato mai.
E le battute, la pausa sigaretta, le prese in giro ed i ricordi.
La scaletta, i camici, le persone da reclutare, i prossimi rendez vous.
Le locandine da stampare, il gestore da contattare, il recording da curare nei dettagli.
Una bevuta insieme, un sorriso di sollievo al comune sentire che la ruggine non era poi tanta. Ché siamo sempre noi. I meccanici compagni
Un live da organizzare, forse l’ultimo, forse chissà. Una grande fine, che sia ricordata per sempre.
There’s no place I could be without you…