Archivio per gennaio, 2010

Come intasare la colonna pt. I-V; non resoconto, ma testamento.

Posted in Love/Hate on 19 gennaio 2010 by Diecimilagiorni
I. Questo posto è tuo. Di diritto, dovere, plebiscito, sorpuso.
Se non ci fossi mai stata stata, sarebbe vacante. Ed in questa sede fatico ad incastrare parole e concetti. Tutto è stato già detto, nulla ancora. Sei ovunque e da nessuna parte, dentro ogni verbo e fuori qualunque reticolo sintattico. Sei duale come le estremità e variegata come l’in media. Sei come me, siamo distanti galassie: le stesse che si sono scontrate, una volta e ognidì. L’esperienza insegna l’inutilità del Rasoio di Occam al collidere di entità celesti: la spiegazione meno prevedibile tende a essere quella esatta, peraltro siamo contemporaneamente a parità di fattori e non. Con te sono riuscito a materializzare il sogno di una vita salvo disintegrarlo alla prima occasione utile. Timbro con ceralacca e sangue, e concludo. Il veleno che ho in circolo si chiama non poter cambiare la tua, di vita. Sottrarti al dolore in modo permanente con la grazia e la forza di un innamorato. L’analisi ed il confronto proseguono, between Heaven and Hell, fianco a fianco negli erogeni cunicoli del nostro cervello, lontani come divisi da sei mesi di oscurità boreale. Ma comincio ad essere a corto di responsabilità ascrivibili alle mie mancaze, immaturità, possibilità non in atto.
L’espressione approfondite, se concessa a  queste righe, fa ridere come quella volta che ti presentai Chuck.

II. La piazza d’onore ti spetta: tendo l’orecchio alle voci di dentro, poche sono quelle di dissenso. Potrei citare infiniti giorni e notti, che ulteriori si rivelano all’interpellanza della memoria. Sei arrivata in zone inimmaginabili dei miei io. Per esempio: mi hai fatto presumere che le campane potessero suonare anche dopo una lunga gestazione, sei stata musa più di quanto mai avessi potuto calcolare; sappi anche che quando parlo di caleidoscopi, penso a te. E ancora: abbiamo commesso il crimine per ciacuno più grave, tu hai trafficato con i miei amici ed io ho aspettato che scoprissi il cuore per colpirti. Ma siamo ancora qui. Al principio, grazie a te, avevo un autobus da prendere (e da perdere), una notte in bianco da trascorrere solo per vederti in lacrime. Ma ne ho versate anche io per te, sai? Sei ciò che rimane delle mie past lives, l’unica che sappia perchè il ragazzo con cui hai diviso tanto sta diventando il complesso uomo che hai dinanzi, che odi e(t) ami. Ti rendo l’impossibile sfuggirti e la patior che ci accomuna, ribadisco i nostri umori dalle cariche inverse e a chiare lettere apostrofo il mutuo muso duro nel saperci dentro altre braccia.
I nostri errori mi fanno rabbia, ma ribolle il mio sangue sopratutto quando il tuo trasforma il cuore in ciò che sai.
Ci vediamo li, dove si incontrano le rette parallelle.
 

III. Hai ceduto lentamente, sei scivolata indietro. Io invece ho mollato di colpo e tu, correttamente, mi hai cancellato. Fossi stato un po’ più giovaneSarei ancora li, con il tuo calore, stringendoti i polsi. Esplorando tutto ciò che è oltre . Per sempre. Restano le poche ore che abbiamo avuto, nelle quali ci siamo amati teneramente. Resta l’incredulità, di fronte alla maturità, in direzione a sorpresa opposta, la giustezza dei rapporti sociali, l’equilibrio mai discusso e mai in discussione, il dubbio che le parole che scelgo oggi nascano dalla tua risolutezza, di cui sopra. Ma è un dubbio che non voglio minimamente sciogliere. E la volontà di evasione e fuga che te, solo te, materializza nei miei sogni fa maledire il telefono muto. Funzioniamo solo in osmosi, solo quando mi perfori con gesti, respiri e preghiere. Anche più del disarmante sguardo, artistico e devastante, che mi riconoscesti. L’errore che mi ha condannato è l’aver escluso la possibilità che fossi una donna. Lo sei, invece, molto più di quanto il sottoscritto, uomo. Tuttavia, non puoi impedirmi, lontana, di ascoltare la tua voce, il mio rimpianto. La nostra musica. Disarticolati siamo stati, come le sconnesse immagini di questo paragrafo.

IV. Certo, solo poco tempo fa mai avrei immaginato di trovarti per iscritto qui. Ma provo grande simpatia, per analogia, per gli outsider. Dunque eccoci.  -“Perchè fai tutto questo, Marv?” -“E’ stata gentile con me!“. Non solo. Tutto questo timore per i legami non merita l’appellativo di terrificante. Ero e sono stanco dei calcoli e dei sospiri, delle elucubrazioni e delle lamentazioni. Non ne hai aggiunto uno. In principio, lo ammetto, a causa di quanto premesso. Dopo, non hai esercitato pressioni su questa pianta che, libera dal cemento, è meritatamente cresciuta. Passo brevemente in rassegna i segni meno, tutto sommato questa è anche la tua festa. L’affinità – basilare – o perfino la somiglianza – preferibile – del “punto in cui si trova la vita” è tangibile; il colpo d’occhio del nostro abbraccio è sorprendentemente convincente. Eppure, annuso pericolo dal mondo che ci circonda, come se avvicinarmi a te mi allontanasse da lui (elucubrazione). Inoltre, puntum dolens, manca qualcosa: l’esplosivo, e l’esplosione. Invece il respiro c’è, ed il battito è quieto (lamentazione).
Chiudo il palindromo, avversando nuovamente: se sei arrivata fin qui…
Good luck, e complimenti.
Ps: tralascio gli ultimi sviluppi…perchè non ci sono.

V. Mi domando cosa ci fai qui. Ah, ecco. Lo sconquassato trascorso anno ha collezionato così tanti mesi vuoti, scevri di calore, da rendere un singolo istante di intimità decisamente da ricordare. Mi hai concesso un dito, quella sera, e (come d’uopo) ti ho teso la mano. Non l’hai afferrata, sdegnosamente secondo il mio orgoglio, ma con ogni probabilità per scarso interesse, e lo scambio si è interrotto. Mi chiedo anche perchè mi dimostri dolcezza una volta l’anno, che invece ti si addice. Devi invece creare scompiglio, elargire e sottrarre con adulta crudeltà; dato che son sempre qui a lamentarmi della mia conclusa giovinezza, mi tengo gelido fuori dal gorgo. Non ho altro da dire, se non come sarai l’unica che mai leggerà queste righe, sentirà il bisogno di un confronto. Parlare, già. Non ho potuto fare a meno di notare che nelle rare occasioni in cui il chiacchiericcio ed il cibo, il frastuono e l’alcol non interferiscono, abbiamo punti in comune a diversi livelli. E perfino ci capiamo. Allegria.

Conclusione. Le righe,  l’inchiostro, le sbarre e le catene. Questa è l’unica prigione dove rinchiudere i miei demoni.